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Chiesetta

 Piccolongo, 2026

È una visione inaspettata, forse perturbante, ma di potente impatto visivo quella creata da Egeon in una cappella abbandonata tra i vigneti di Vadena, in Alto Adige: una trama di linee nere irradia pareti e soffitto, immergendo quello che era uno spazio sacro in una nuova, suggestiva dimensione. Originariamente dedicata a Maria ausiliatrice, l'ex cappella sorge all'interno di una proprietà privata nella frazione di Piccolongo. Ricostruita alla fine degli anni Cinquanta su un nucleo originario del XVII secolo, si trova su un territorio pianeggiante – non lontano scorrono il fiume Adige e il traffico dell'Autostrada del Brennero. È quindi un edificio “minimo”, marginale e in rovina, immerso in un contesto rurale e appartato, lontano dall’immaginario turistico patinato di chiesette alpine che “funzionano” sui social.

Alla cappella si arriva dopo essersi lasciati alle spalle una stradina sterrata e una vecchia casa colonica. Varcata la soglia, lo sguardo è immediatamente attratto dalla forza magnetica, quasi ipnotica, di un piccolo cerchio che si apre nell'abside: un nucleo vorticoso da cui si espandono filamenti di linee nere che si posano su volte e pareti, intonaci scrostati, modanature e pilastri polverosi. È un movimento necessario e inarrestabile, che abbraccia l'intero spazio e si ferma soltanto sulla soglia di nicchie e finestre, per poi ricongiungersi all'ingresso della cappella. 

Puro segno astratto, nido, corona di spine o addirittura la forma struggente della nostalgia: queste alcune tra le interpretazioni che le linee nere tracciate da Egeon suscitano nello sguardo di chi le osserva. Il lavoro a Vadena si inscrive, in realtà, all’interno di un nuovo filone di ricerca indipendente e di respiro internazionale iniziato dall’artista nel 2022 che attinge alla memoria atavica della foresta e dei miceli e quindi agli studi della scienziata Suzanne Simarde. In particolare, la serie di opere a cui appartiene l’intervento nell’ex-cappella si riallaccia al vocabolario simbolico e formale delle rizomorfe. A interessare l’artista è la metafora visiva e biologica che risiede nella natura ambivalente, benefica e distruttiva al contempo, delle rizomorfe. Strutturate come filamenti fungini simili a radici, le rizomorfe si sviluppano infatti silenziosamente nel sottosuolo, permettendo ai funghi di espandersi su grandi distanze. Invisibili, ma pervasive, sono però capaci di colonizzare gli alberi dall'interno causando il marciume radicale delle piante superiori, come ad esempio avviene con l’Armillaria mellea (Vahl), con conseguenze devastanti per l’essere umano, l’agricoltura e le foreste. 

Caterina Longo

Photo credits: Rosario Multari

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